Stati Uniti d'Europa: assurdità o sopravvivenza?

Bruno Véver

Stati Uniti d'Europa

10 Gennaio 2022


Il dispiegamento, il giorno di Capodanno, della bandiera blu e stellata sotto l'Arco di Trionfo ha scatenato una violenta polemica, alimentata dall'avvicinarsi delle elezioni dell'Eliseo. Il semestre francese di presidenza del Consiglio dell'Unione europea è un po' sopravvalutato, visto l'anonimato della presidenza precedente e di quella successiva e l'oscuramento della presidenza permanente del Consiglio europeo.

I candidati agli estremi si sono quindi uniti nel denunciare la sostituzione della bandiera nazionale, con il candidato LR che ne ha sancito l'esclusività. Il giorno successivo l'oggetto dell'oltraggio scomparve rapidamente. Il vasto sudario "artistico" che aveva avvolto in precedenza la nostra gloria nazionale e il suo sconosciuto poilu non aveva invece sconvolto nessuno, eccitato alcuni e durato molto più a lungo!

L'Europa ha unificato le sue valute, ma ha perso la sua proprietà

A vent'anni dalla sostituzione del franco con l'euro, di cui ricorreva anche l'anniversario, questo fuoco di paglia improvvisato contro l'Europa, in cui si cercherebbero invano oppositori militanti e assertivi, la dice lunga sulla persistenza di braci non spente nel nostro Paese. Questi vent'anni equivalevano però al passaggio all'età adulta. Avrebbero meritato più tempo per maturare. Ma questo giubileo, lungi dal placare gli animi, ha visto alcuni riaccendere la polvere da sparo e altri preferire l'uso...

Gli europeisti diventati invisibili avrebbero potuto sottolineare, senza alcuna timidezza fuori luogo, che le conquiste essenziali della costruzione europea, che così pochi credevano si sarebbero mai realizzate, non sono più messe in discussione da nessuno. Infatti, anche agli estremi, nessuno chiede un'uscita dall'euro, resa impossibile, se necessario, dall'indebitamento congiunto fino al 2058 concordato di fronte alla crisi covatica. Allo stesso modo, i molteplici problemi e le delusioni post-Brexit dei britannici, compreso l'imbroglio irlandese, avranno convinto tutti gli altri dei meriti del mercato unico senza alternative. Per quanto riguarda lo smantellamento della cortina di ferro seguito dall'allargamento dell'Unione Europea, chi oserebbe oggi rimpiangere la sua vittoria su mezzo secolo di divisione del continente imposta dalla spietata oppressione dei carri armati sovietici?

Naturalmente gli euroscettici, che si trovano in tutti i campi, compresi, più o meno, i circoli del potere, non hanno disarmato per tutto questo, per due motivi: l'anonimato e l'incompiutezza di un'Europa sulla quale i nostri stessi Stati non hanno mai saputo bene quale condotta e quale linguaggio usare, non smettendo mai di soffiare caldo e freddo, di aggiungere confusione alle contraddizioni e, naturalmente, di pretendere di fare una frittata tenendosi tutte le uova...

L'Europa ha intrapreso la sua trasformazione ma ha negato la sua identificazione

Gli euroscettici hanno avuto poche difficoltà a fare leva sulle passioni ricorrenti di un nazionalismo sacralizzato che l'Europa non è mai stata in grado di adattare o, soprattutto, sublimare sulla propria scala: Quasi tutti i nostri leader non hanno risparmiato sforzi per far sì che l'Europa non potesse mai approfittarne e suscitare a sua volta, al di là dell'austerità concordata di un progetto di pace e ragione accompagnato da scopi e interessi più direttamente materiali, quegli impulsi del cuore che tutti sanno avere un ruolo decisivo nel posizionamento politico.

La rinuncia finora a qualsiasi figura o monumento storico identificabile sulle nostre banconote in euro, l'assenza di qualsiasi squadra sportiva europea, l'inesistenza di qualsiasi ordine onorario europeo, l'anonimato degli attori istituzionali europei il cui lavoro politico, che si suppone intrinsecamente più arido di tutti gli altri messi insieme, non attira l'attenzione dei media, a differenza dei giochi di ruolo nazionali, e persino la rivelatrice esclusione di qualsiasi mappa europea dai nostri bollettini meteorologici televisivi: sono tutti segni, grandi o piccoli, che non ingannano!

La questione sembra quindi essere compresa dalle nostre opinioni pubbliche, che sono inquadrate nelle loro pre-squadre e nei loro calendari di anniversari, parate e commemorazioni nazionali. L'Europa oggi non è altro che un'organizzazione indubbiamente utile ma essenzialmente anonima, sempre conflittuale, strutturalmente tecnocratica e principalmente al servizio degli Stati nazionali, i cui attori sono gli unici noti al pubblico e gli unici ad avere una storia e delle icone patriottiche a cui i cittadini sono obbligati a fare riferimento e a riconoscersi esclusivamente. Questo è il posto dell'Europa di oggi, relegata nelle retrovie. Si chiede di rimanere lì!

L'Europa ha ampliato le sue libertà ma ha smantellato le sue protezioni

Anche l'altra ragione della disaffezione europea non sarà contestata, anche se le soluzioni per porvi rimedio continuano a essere più divisive che mai. L'imparzialità ci porterà quindi a concordare almeno su questa constatazione: gli aspetti positivi della costruzione europea in termini di pacificazione dei conflitti, libertà economiche e quadro collettivo sono stati pagati da un profondo squilibrio di trattamento (cfr. libertà, trasparenza, equità, fiscalità) tra ciò che è mobile e ciò che non lo è, mentre le protezioni nazionali che esistevano in precedenza sono state sostanzialmente smantellate senza che l'Europa sia stata in grado di sostituirle con la protezione collettiva che tutti hanno il diritto di aspettarsi da essa.

Tutti concorderanno, da una parte all'altra dello spettro politico, sulla molteplicità, l'incoerenza, l'ingiustizia e la gravità delle carenze dell'attuale Europa. L'elenco è impressionante, il che spiega perché sia diventato emblematico e insopportabile per così tanti cittadini: L'elenco è impressionante, il che spiega perché sia diventato emblematico e insopportabile per tanti cittadini: immigrazione clandestina incontrollata, estensione dei traffici transfrontalieri, peggioramento dell'insicurezza, delocalizzazione dei posti di lavoro, accelerazione della deindustrializzazione, dipendenza tecnologica, giungla fiscale, subalternità sociale, la cui sensazione è aggravata dal sostegno sfrenato al capitale anonimo, il tutto avvolto nell'opacità delle decisioni o degli ostruzionismi tra gli Stati e nella comunicazione ipocrita o ermetica che dovrebbe giustificarli o mascherarli.

Churchill ha detto che la democrazia è il peggior regime di tutti. Le grandi conquiste dell'Europa le permetteranno di meritare un'indulgenza comparativa. Ma come ignorare tutte queste esasperazioni? E al di là delle divisioni, come negare che tutti, sia in difesa che in critica, abbiano la loro parte di verità? Woody Allen non ha forse riassunto tutto quando ha detto: "La risposta è sì, ma qual è la domanda?

Tutti dovrebbero quindi essere d'accordo almeno sull'urgenza di non lasciare le cose come stanno, altrimenti gli europei saranno ulteriormente divisi e, di fronte alle crescenti sfide della globalizzazione, subiranno un declino e un danno irreversibili. Da quel momento in poi, il dibattito contraddittorio sulle soluzioni da fornire assume legittimamente tutti i suoi diritti, il che non significa, di fronte a realtà ostinate, che tutte le opzioni siano possibili.

L'Europa può rallentare la sua integrazione ma non retrocedere

Gli euroscettici invocheranno quindi un recupero da parte degli Stati dei diritti e dei poteri che l'esperienza ha dimostrato essere troppo scarsamente assunti dall'attuale Europa. La loro priorità sarà quella di salvaguardare e proteggere i confini dall'immigrazione illegale, dalla crescente insicurezza e dalla concorrenza sleale. Chiederanno inoltre a questi Stati la massima sovranità in materia di politica estera, difesa e sicurezza nazionale, senza dimenticare il ritorno alla libertà di scelte di bilancio, industriali, energetiche e tecnologiche.

Ma questi euroscettici si condannano, con tali illusioni, all'impossibilità di conciliare tali riconquiste nazionali con le conquiste del mercato unico e dell'unione economica e monetaria, che hanno affermato di non mettere più in discussione! L'esperienza di Mitterrand di una "riconquista del mercato interno" nel 1981 era durata meno di due anni, meno dei tre assegnati da Beigbeder all'amore svincolato da qualsiasi altra contingenza. Il nostro presidente della rottura non poteva più ignorarli ed è stato costretto a tornare alla buona scelta per la Francia che paradossalmente era stata lo slogan del suo sfortunato concorrente...

Perché oggi, ancor più di ieri, questa apparente scelta politica tra l'Europa e i suoi Stati resta illusoria: senza un'Europa costituita, organizzata e presente nel mondo, come possono i nostri Paesi europei, diventati relativamente piccoli, come Alice nel Paese delle Meraviglie (che tende a diventare il nostro incubo), reggere e garantire il futuro dei loro popoli di fronte ai nuovi giganti globali pieni di mezzi, di vigore e di ambizioni?

Per molto tempo gli Stati Uniti d'America, al di là delle tensioni bipolari della Guerra Fredda, hanno monopolizzato questo ruolo. In quanto iperpotenza militare, detentrice di metà dell'arsenale mondiale e unica garante della nostra sicurezza europea, gli Stati Uniti sono determinati a farcela pagare in termini politici, finanziari, commerciali e tecnologici. Ma non sono più gli unici al mondo ad essere all'avanguardia.

L'impero cinese, diventato con la forza un'iperpotenza industriale, era ancora superato in termini di PIL dalla Francia quando è entrato nell'OMC nel 2001! Oggi supera il PIL dell'Unione Europea e quello degli Stati Uniti, si impone al centro dell'equilibrio commerciale e finanziario del pianeta, estende le sue "vie della seta" per garantire i suoi rifornimenti e i suoi sbocchi, si sostituisce con determinazione al nostro progressivo allontanamento dall'Africa e accentua con tutti i mezzi, compresi quelli militari, la dimostrazione del suo nuovo potere sui suoi vicini del Pacifico, mettendo inesorabilmente alla prova la fermezza della dissuasione americana.

Quanto all'orso russo, sta rimuginando sulla sua estromissione dal continente europeo, tornando in forze sulla scena di un Medio Oriente disertato dagli europei, approfittando della fiacchezza americana e, sostenendo di essere troppo stretto in quella che rimane la sua gigantesca caverna, si sta dimostrando sempre più maleducato e aggressivo con i suoi vicini occidentali.

L'India, campione demografico del mondo, il Brasile, la Nigeria e molti altri giovani Paesi con un grande potenziale e in rapida espansione, hanno un'unica ambizione, anche se a nostro discapito: essere pienamente riconosciuti e giocare il proprio ruolo nella "big league". Possiamo biasimarli?

Di fronte a questi cambiamenti di scala accelerati, che si sommano da un capo all'altro del pianeta, lo stallo, peraltro patetico, è proprio degli euroscettici! "Piccolo è bello" è probabilmente più adatto agli "smart up" che alle vecchie nazioni che i nostri turiferi continuano a immaginare attraverso la lente di un Jacques Cartier, di un Luigi XIV o di un Napoleone, le cui cartografie vergini, i castelli leggendari e gli archi di trionfo dominanti riflettono oggi meglio l'addio di un sole che tramonta che le promesse di un sole che sorge!

L'Europa lasciata allo stato attuale sarà schiacciata dalla globalizzazione

Di fronte a queste discrepanze, i sostenitori dell'Europa farebbero bene a denunciare non solo i discorsi retrogradi e i gesti aggressivi degli euroscettici impenitenti, ma ancor più la pusillanimità e l'immobilismo degli attuali leader, soprattutto dei 27 membri del Consiglio europeo.

Avviato da Valéry Giscard d'Estaing e Helmut Schmidt, il Consiglio europeo si è dimostrato dinamico nel suo primo periodo: elezione del Parlamento europeo a suffragio universale, istituzione del sistema monetario europeo, lancio del grande mercato senza frontiere e dell'iniziativa Schengen. La sua creazione fu percepita da Jean Monnet come il tanto atteso inizio politico dell'effettiva realizzazione degli Stati Uniti d'Europa, che il suo Comitato d'azione chiedeva da vent'anni, al punto che si affrettò a sciogliere il Comitato, che considerava superfluo! Purtroppo, ciò che è seguito non ha sostenuto il suo entusiasmo, né ha giustificato la sua decisione...

I decenni successivi a questi primi impulsi del Consiglio europeo, sebbene più deludenti, non sono stati del tutto controproducenti. Meritano un riconoscimento i successi una tantum: il salvataggio della Grecia, l'uscita dalla crisi dei subprime e persino la storica decisione sul debito di solidarietà dell'euro del 2020, certamente a seguito di inaspettate pressioni franco-tedesche e al prezzo di intensi mercanteggiamenti in una maratona da record al vertice, degna dell'elezione di un papa poco eletto.

Ma al di là di queste lodevoli eccezioni, a loro volta sempre sull'orlo della rottura, va notato che il Consiglio europeo è apparso sempre più spesso reagire tardivamente alle crisi che ha affrontato, anziché prevenirle o essere all'altezza della situazione assumendo pienamente la supremazia degli interessi europei sui punti di vista di ciascuno. Con l'allargamento da sei a ventisette e la ricerca sistematica del compromesso unanime, in contrasto con le regole dominanti delle altre istituzioni, il Consiglio europeo è arrivato ad abusare del minimo comune denominatore, o addirittura dello stallo, con comunicati tanto contorti quanto illeggibili. Questo fastidio è stato aggravato da un'escalation indiscriminata di questioni di ogni tipo, anche tecniche, al suo livello, esautorando così gli organi competenti. Trasformato in una corte d'appello per fare tutto o non fare nulla, dissuadendo di fatto la Commissione da qualsiasi iniziativa che potesse dispiacerle, il Consiglio europeo ha finito per ostacolare anziché agevolare il normale corso delle decisioni che fino a quel momento erano state soggette alla pressione e alla disciplina della maggioranza.

Così, per dissuadere gli elettori britannici dal votare per la Brexit, il Consiglio europeo non ha esitato a promettere di rinunciare a un'Unione sempre più stretta, alla non discriminazione delle prestazioni sociali tra i cittadini europei, allo status privilegiato dell'euro rispetto alle altre valute e al principio intangibile della non contestazione di una decisione comunitaria da parte dei parlamentari nazionali. Solo la Brexit ci ha risparmiato da un cambio di rotta così repentino, sul quale nessun cittadino europeo è stato consultato!

Avendo imposto la loro effettiva preminenza su tutte le istituzioni, i nostri nuovi feudatari hanno alla fine accettato meno spesso di sostenere l'integrazione che di preservare il più possibile e il più a lungo possibile un'incompletezza europea salvaguardando, ma per quanto tempo e a quale prezzo, ciò che resta dei poteri del mandato nazionale per il quale sono stati effettivamente designati, prima di ogni altra considerazione, nel proprio Paese dai propri elettori, in successive elezioni nazionali divenute permanenti a livello europeo.

L'Europa che si limita a riforme incrementali sarà esclusa dalla grande lega

Allo stato attuale, l'Europa assomiglia a quei pipistrelli che appartengono alla specie alata, pur appartenendo principalmente alla specie dei roditori. L'Unione europea ha questa doppia natura, con tutte le incongruenze di un persistente rifiuto di scegliere.

Senza ammetterlo, l'Europa è già una vera e propria federazione in quattro settori in cui le sue decisioni sfuggono all'autonomia degli Stati e persino a quella del Consiglio europeo. È una federazione commerciale nella misura in cui i suoi mandati maggioritari assicurano la difesa esclusiva degli interessi di tutti i suoi Stati nei negoziati internazionali, sia nell'ambito dell'OMC che a livello bilaterale. Ha anche caratteristiche federali grazie ai poteri esclusivi di controllo della concorrenza da parte della Commissione, sotto il controllo esclusivo della Corte di giustizia europea. Da oltre vent'anni è una federazione monetaria con l'euro gestito da una Banca Centrale indipendente dagli Stati membri. Infine, la preponderanza e le iniziative di quest'ultimo ne fanno il punto focale della finanza europea, anche se i tassi di interesse dei suoi Stati membri sono diversificati, anche se strettamente controllati.

In altri settori, comunque correlati ai precedenti, l'Europa dipende in larga misura dalla buona volontà di tutti gli Stati membri, con frequenti arbitrati da parte del Consiglio europeo. Un esempio è il suo bilancio, che da sempre è limitato a 1% del PIL, quando i bilanci degli Stati superano i 45%, e che è finanziato principalmente da contributi nazionali, con risorse proprie in minoranza. In termini di dogane, la libera circolazione delle merci senza frontiere è stata accompagnata da un'unificazione delle regole e delle tariffe alle frontiere esterne, ma la loro gestione è di esclusiva competenza delle dogane nazionali, nonostante la modesta aggiunta di Frontex. L'unione economica, dal canto suo, è rimasta ben al di sotto dell'unione monetaria, nonostante il nome fuorviante di UEM. Limitandosi a una sorveglianza reciproca piuttosto compiacente, con un'interpretazione molto rilassata dei criteri di Maastricht, non ha cercato di avvicinare la governance economica e di bilancio degli Stati, né di unificare il diritto societario, e ancor meno di affrontare l'estrema diversità dei regimi sociali e fiscali. Inoltre, nonostante una reputazione molto usurpata, la preponderanza del diritto europeo rimane confinata a settori specifici, principalmente legati alle condizioni di concorrenza, nonostante la recente evoluzione che ha portato all'inclusione di valori comuni, con il rischio non trascurabile di contravvenire al principio altrettanto intangibile del rispetto delle diversità nazionali e delle particolarità culturali, mentre i diritti europei dei cittadini, di fronte ai labirinti amministrativi degli Stati, sono ancora misurati con parsimonia.

Infine, in molti altri settori, difficili da dissociare dall'immagine dell'Unione europea, l'Europa rimane totalmente soggetta al primato delle pratiche intergovernative e ai requisiti dell'unanimità. In cima alla lista c'è la cosiddetta (o meno cosiddetta?) "politica estera e di sicurezza comune", ridotta da errori diplomatici al minimo comune denominatore, con un "alto rappresentante" europeo cui è affidato l'ingrato compito di cercare di promuovere all'esterno le sue posizioni contorte e spesso impercettibili. La rappresentanza dell'Europa presso i Paesi terzi e le organizzazioni internazionali è ancora divisa tra le ambasciate, i consolati e le rappresentanze dei ventisette Stati membri, più gli uffici esterni della Commissione europea nel ventottesimo rango.

Non c'è quindi nulla di veramente nuovo, nonostante le modestissime modifiche del Trattato di Lisbona, per il successore di un Kissinger che già si interrogava sul numero di telefono dell'Europa, e che rischia di trovarsi di fronte a un interlocutore balbuziente, se non imbavagliato, o addirittura a una versione modernizzata della vecchia signora delle PTT che smista le linee, quando raggiunge questo alto rappresentante. Per quanto riguarda la politica di sicurezza, essa si riassume principalmente nella partecipazione degli Stati membri alla NATO sotto il controllo americano. Molière avrebbe aggiunto: "ed è per questo che vostra figlia è stupida"!

L'Europa non può riuscire a completare la sua opera senza una profonda rottura.

Siamo consapevoli che rimediare a queste debolezze comporterà per l'Europa di oggi, al netto della violenza, l'equivalente di ciò che la Rivoluzione ha fatto per la Francia, perché molti tabù dovranno essere infranti perché questa Europa possa affermarsi. Così :

Sul piano politico, un'Europa federale richiederebbe cambiamenti radicali come una scheda elettorale unificata nel Parlamento europeo, liste transnazionali obbligatorie in questa scheda, l'elezione da parte di questo Parlamento europeo riformato di un Primo Ministro degli Stati Uniti d'Europa, che diriga un Esecutivo forte, la trasformazione del Consiglio in un Senato, che implica la sua fusione con il Consiglio europeo, la responsabilità del Primo Ministro europeo davanti a queste Camere europee, l'adozione a maggioranza di tutte le decisioni di competenza europea.

Sul piano esterno e della sicurezza, un'Europa federale implicherebbe un'unica voce nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU e in altri organismi internazionali; un'unica politica estera negli affari mondiali; la sovranità sulla propria difesa, in stretta collaborazione con la NATO ma non più in subordine; un'organizzazione militare unificata che potrebbe essere conciliata con un deterrente nucleare affidato alla Francia; la riacquisizione dell'autonomia sui materiali e sulle tecnologie di sicurezza e di difesa; intelligence, polizia e protezione civile federali e funzionari doganali esclusivamente europei alle frontiere esterne.

In termini di bilancio, un'Europa federale implicherebbe una decuplicazione del bilancio, da 1 a 10% del PIL, con una maggioranza di risorse proprie ma anche risparmi equivalenti nei bilanci nazionali e un obiettivo di compressione fiscale globale grazie alla riattivazione della crescita economica e alle economie di scala di una razionalizzazione senza precedenti delle spese e degli investimenti, inquadrata in un quadro fiscale comune con un'armonizzazione delle basi e un "serpente" di aliquote.

Gli Stati nazionali manterrebbero un'indipendenza intangibile per quanto riguarda il rispetto dei propri regimi, delle proprie identità e delle proprie culture, a partire dalla propria organizzazione politica, dalle modalità di gestione del territorio, dalle particolarità delle relazioni sociali, dal rispetto dei valori, delle pratiche e dei sistemi legati alla propria storia e al proprio sentimento nazionale, con l'unica riserva che questa necessaria diversità non può intaccare l'unità e l'efficienza regale, di sicurezza ed esterna di un'Unione federale su scala europea.

L'Europa dipende ora da un ripensamento franco-tedesco

Di fronte a queste prospettive, che dividono oggi come domani la sopravvivenza politica degli europei nella globalizzazione, l'asse franco-tedesco diventa una questione fondamentale. Eppure, su tali riforme, l'asse sembra tanto velato quanto fuori luogo...

Il nuovo governo di Olaf Scholz, che riunisce un'ampia coalizione di socialdemocratici, liberali e verdi, ha inserito nel suo programma l'obiettivo chiaro e deciso di uno "Stato federale europeo". La nuova opposizione cristiano-democratica non lo preoccupa in questo senso, poiché anch'essa condivide pienamente questo obiettivo. È quindi l'intera classe politica tedesca, con la sola eccezione dell'AFD, l'equivalente dell'RN di Le Pen, a sostenere l'effettiva realizzazione di un'Europa federale!

Che divario insondabile con la nostra classe politica, dove nessuna voce osa invocare un'Europa federale, a differenza di tanti attori e partiti importanti, di destra e di sinistra, di governo e di opposizione! L'Europa federale sembra essere diventata per le nostre personalità di tutti gli schieramenti e per la maggior parte dei nostri media un comodo repellente, un tabù politicamente scorretto e, perché no, presto, accentuando la linea, un attacco alla sicurezza dello Stato, a sostegno di riferimenti e riverenze golliste che sono ormai le migliori se non le uniche condivise in Francia!

Nel 1994, la Germania di Kohl aveva già proposto lo Stato federale europeo al Presidente Mitterrand, allora in coabitazione con Balladur, con un silenzio assordante. La Germania di Schröder ha ripetuto questa proposta nel 2000 al Presidente Chirac, questa volta nella coabitazione con Jospin, con un identico fallimento. Il referendum francese negativo sul Trattato Costituzionale, al termine di una surreale bagarre in Francia, ha inferto un duro colpo alle relazioni franco-tedesche e ha indubbiamente spinto il nostro vicino a rifocalizzarsi fatalmente su una strategia molto più nazionale. E quando nel 2018 lo stesso Olaf Scholz, allora ministro del governo Merkel, osò suggerire che l'Unione Europea avrebbe dovuto un giorno ereditare dalla Francia un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, un coro di recriminazioni accolse tale provocazione in Francia, come quelle del 1er La condanna indignata della "confisca" del nostro quartier generale ha logicamente preceduto la "sostituzione" della nostra bandiera.

Sebbene la storia travagliata dei nostri due Paesi possa spiegare buona parte di queste incomprensioni, le contraddizioni appaiono oggi più da parte francese che da parte tedesca. Come può la Francia invocare l'unità e la sovranità europea rifiutando di condividere il suo seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza e pretendendo al contempo di concederne uno aggiuntivo alla Germania? E come si può pensare, in queste condizioni autistiche, di coinvolgere i nostri due Paesi in una politica estera e di sicurezza comune che abbia senso per l'Europa?

Questo divario apparentemente incolmabile si trasforma in un paradosso surreale quando vediamo la Francia, a differenza della Germania, indulgere nelle sue invocazioni di "potenza europea" e "sovranità europea". Questi riferimenti erano al centro del discorso della Sorbona, al quale la Germania oppose lo stesso silenzio che era stato inflitto alle sue proposte! Il Presidente Macron lo ha ripetuto di recente a Strasburgo invocando un "sogno europeo", il cui lirismo mascherava a fatica l'assenza di qualsiasi contenuto politico operativo. Come meglio confermare l'opposizione con una Germania pragmatica, che si attiene, al di là di questi voli pindarici, alle chiare richieste di uno Stato federale europeo, sostenute dalla maggioranza della sua classe politica?

Ma perché questo dialogo tra sordi, di cui non sappiamo più se sia la tragedia di Racine, la commedia di Molière o la grottesca di Guignol? E come tagliare questo nodo gordiano dell'impotenza europea prima di aver riforgiare insieme questa spada di Carlo Magno sepolta nelle profondità del Reno da una qualche maledizione che avrà fatto precipitare l'Europa in mille anni di divisioni, segnate ieri dalle nostre guerre e dalle loro tragedie, oggi dalla nostra impotenza e dal nostro inesorabile declino?

L'Europa ha ancora una scelta: rispolverare i suoi tabù o sposare il proprio Stato

In un mondo di Stati continentali in cui l'ingenuità non è certo all'ordine del giorno e la potenza è l'ultima ratio, l'Europa di oggi sa come distruggere le nostre protezioni nazionali ma è difficilmente attrezzata per dissuadere quelle degli altri: un'immagine crudele ma pertinente di questa "Europa erbivora in un mondo carnivoro". Non cerchiamo altre ragioni per l'aumento dell'euroscetticismo nell'opinione pubblica!

Pasteur disse una volta, riferendosi alla sua persistente fede in una trascendenza, "un po' toglie, ma molto porta". Come non applicare questa convinzione all'Europa? Non è forse giunto il momento di abbandonare i tentennamenti diplomatici a favore di una ricostruzione collettiva? Non è forse giunto il momento di rompere i nostri tabù, attraversare il rubicone e sorprendere il mondo inventando un nostro Stato europeo, finalmente in grado di fornire una protezione credibile alla nostra sovranità, alla nostra sicurezza, ai nostri interessi, ai nostri posti di lavoro, ai nostri cittadini, ai nostri valori, in breve al nostro futuro?

In questo continente, che un tempo era la patria dei costruttori di cattedrali, degli esploratori dell'ignoto, dei liberi pensatori di un nuovo mondo, degli inventori dell'inedito, insomma dei realizzatori dell'impossibile, questa è l'unica conquista che ci è sempre sfuggita fino ad oggi, ma anche l'ultima che dobbiamo ancora raggiungere. Quindi, in un momento in cui la globalizzazione sta rimescolando tutte le carte, saremo in grado di rimescolare le nostre e trarre dall'osservazione di Pasteur la fede che muove le montagne?

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